Care amiche, cari amici, anche quest’anno, sono qui insieme a voi, con la stessa intensa, profonda commozione ma anche con la ferma convinzione che essere qui ogni anno sia doloroso, ma necessario. Sono stato presente come Procuratore di Palermo, poi come Procuratore nazionale antimafia, come presidente del Senato, oggi come presidente della Fondazione Scintille di futuro. Indipendentemente dal ruolo e dalla funzione è un dovere che sento come cittadino, come uomo, come fratello.
Sono trascorsi 33 anni da quell’orribile attentato che, in pochi attimi, ha modificato il corso della nostra storia. Anni difficili, anni importanti, anni dolorosi, 33 lunghi anni che non annullano il dolore. La memoria non risana ferite indelebili, non può arrestare le lacrime, non può colmare quel senso di profonda solitudine di chi ha perso un proprio caro. La memoria può e deve essere l’espressione di un impegno che giorno dopo giorno ci accompagna nel nostro percorso di vita. Conoscere per non dimenticare, conoscere perché fatti come questo non si ripetano più, conoscere per essere liberi.
Il ricordo di quella tragica notte in cui morirono cinque innocenti, Fabrizio, Angela, Nadia, Caterina e Dario, quella tragica notte in cui molti altri innocenti rimasero feriti, in cui non solo Firenze, ma l’Italia tutta è stata colpita al cuore del suo patrimonio artistico e umano, distruggendo vite e squarciando i simboli della nostra identità e della nostra storia, quel ricordo sostiene la nostra battaglia per la giustizia e per la legalità, quel ricordo è memoria collettiva, é fonte di vita.
Il tempo passa, molte delle persone qui presenti non erano ancora nate nel 1993, e noi abbiamo il dovere di far conoscere a tutti quello che è successo; abbiamo il dovere di non rimanere in silenzio, di trasformare il dolore in forza, la memoria in impegno, la sconfitta in vittoria; abbiamo il dovere di andare avanti, senza mai arrenderci, di gridare con forza che possiamo combattere le mafie e che possiamo sconfiggere il sistema di potere cui partecipano.
A tutti i familiari delle vittime, ad una città ferita voglio dire quello che non mi stancherò mai di ripetere:che c’è qualcosa che ci unisce profondamente in questo momento di ricordo e riflessione, pretendere il diritto alla verità e il desiderio di cercarla fino all’ultimo soffio di vita.
Ringrazio di cuore tutte le istituzioni Regione, Comune e coloro che hanno partecipato all’organizzazione di questa giornata tra cui l’Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili, il presidente Dainelli,il vice-presidente Gabbrielli, con un pensiero particolare rivolto alla sua ex presidente, Giovanna Maggiani Chelli, donna straordinaria per l’energia e la costanza nella sua lotta per verità e giustizia, che da qualche anno ci ha lasciato.
Ma non posso tralasciare di ricordare il mio amico e collega Gabriele Chelazzi, un vero servitore dello Stato che si mise a disposizione di tutti coloro che avevano bisogno di essere supportati nella ricerca della verità, un uomo che ha sempre tenuto conto di quel fortissimo desiderio di sapere: per molti familiari unica ragione di vita. Per oltre dieci anni non si é mai stancato di indagare intorno a questa strage.
Appena emersa la causale mafiosa delle stragi, mi chiese subito aiuto per indicargli libri, sentenze e provvedimenti dai quali poter trarre nuove e più approfondite conoscenze sulla Cosa nostra. Non fu facile dopo anni di indagine sul terrorismo passare a quelle sulla mafia. Ma Gabriele lo fece con tale diligenza, impegno e laboriosità da diventare, in breve tempo, un esperto conoscitore del fenomeno criminale, della struttura, delle regole, dei comportamenti, delle dinamiche dell’organizzazione mafiosa e raggiunse rapidamente un livello di conoscenza che non aveva nulla da invidiare a quello di colleghi con tanti anni di esperienza di indagini su questo fenomeno criminale. Seguì tutta la fase delle indagini e del processo agli esecutori materiali ed ai mandanti di mafia, nel corso del quale, insieme al collega Nicolosi, riuscì a far fronte, con notevole capacità e dedizione, a situazioni obiettivamente difficili e complesse. Non mancarono i risultati di tanto impegno ed il meritato successo con le condanne di tutti gli imputati.
Fu proprio lavorando a stretto contatto con lui, sia come applicato alle indagini presso la Procura di Firenze che presso la Direzione Nazionale Antimafia, che potei apprezzare le sue doti di laboriosità, attenzione, diligenza, tenacia, il suo scrupolo investigativo, che non lasciava niente di intentato o inesplorato, nella spasmodica ricerca anche del più difficile riscontro. Al di là di ciò che si riuscì a realizzare insieme, mi rimane il grande privilegio di avere conosciuto da vicino un collega eccezionale, un magistrato di alta professionalità, un uomo onesto, capace, integerrimo, rigoroso e severo, innanzi tutto con se stesso prima che con gli altri, un amico che mi ha lasciato un patrimonio di valori ineguagliabile. La sua qualità più evidente? Una volontà di ferro, una grande capacità di lavoro. Aveva una resistenza incredibile, una forza che gli veniva dallo spirito di sacrificio e dalla preparazione professionale, affinata in anni di studio ed esperienza.
Spesso, nel corso degli interrogatori, non esistevano per lui pause per quelle che definiva debolezze umane, come la fame, la sete ed altre esigenze.
Discutevamo spesso; si “ragionava”, sulle indagini, tra l’altro, da tempo avviate, nei confronti anche dei mandanti esterni delle stragi e dopo l’acquisizione di ogni elemento significativo, si ritornava a verificare se fosse in sintonia o in contrasto con quelli già esistenti. Un continuo “resettare”
tutte le informazioni esistenti. Mentre ancora si tentava di dare risposte investigative agli inquietanti interrogativi rimasti senza risposta, Gabriele Chelazzi venne stroncato da un colpo al cuore.
Circa due mesi prima di morire mi telefonò e mi disse: “Per il decimo anniversario della strage di via Georgofili sarai tu a doverti occupare della parabola giudiziaria delle stragi”! Gli chiesi: “Perché parabola?” E mi rispose: “Perché la parabola è una narrazione di fatti dalla quale si trae un insegnamento, una verità. Passi avanti ne abbiamo fatti ed ancora se ne faranno. Andiamo avanti. Abbi fiducia!”
Proprio queste sue parole mi sostengono ancora oggi e per sempre nel non cessare mai di cercare la verità, anche nella funzione di componente della Commissione parlamentare antimafia.
Oggi siamo qui riuniti non solo per ricordarlo tutti insieme, ma anche per dare testimonianza di un impegno oltre che professionale, soprattutto etico, che deve diventare percorso di vita ben oltre l’emotività del momento commemorativo.
Era un uomo che ha speso tutta la sua vita nell’angosciosa ricerca della verità, senza mai guardare in faccia nessuno, nel desiderio di un Paese migliore, liberato dalle troppe ingiustizie e illegalità.
Proprio la sua memoria ci deve spingere nel nostro sentire e agire quotidiano a non restare neutrali, a non allentare mai il nostro impegno, a guardare avanti, a non mollare, anche quando tutto sembra perduto.
Oggi è tempo, come diceva Gabriele, di porre in essere con i sistemi della democrazia, con l’azione, con la parola, la questione morale.
E’ tempo che ciascuno di noi con determinazione, con forza ed energia attui la propria rivolta morale.
Rivolta morale contro tutte le mafie che sono eclissi di legalità in quanto negazione di valori quali la libertà, la democrazia, la giustizia, la verità.
Rivolta morale contro quelle istituzioni che mirano a togliere ai cittadini ogni libertà di pensiero e di iniziativa, che favoriscono la cultura dell’immagine anziché l’etica della solidarietà.
Rivolta morale contro quella parte di classe dirigente che invece di servire le istituzioni talvolta se ne serve per la propria libidine di potere o di rapace guadagno; che della propria discrezionalità fa arbitrio e dell’arbitrio fa legge; che dal denaro pubblico trae fondi per esigenze personali, che si serve degli altri come trampolino per le proprie ambizioni.
Gabriele ci ha lasciato questa eredità, questo patrimonio di valori, impegniamoci nel non disperderlo. Ha lasciato un vuoto incolmabile tra i Fiorentini e nel paese tutto, perché è venuto a mancare un magistrato eccezionale, un uomo giusto, che aveva fatto della ricerca della verità la sua fede.
A me è venuto a mancare anche un amico, un fratello!
Grazie, Gabriele.


